mercoledì 10 ottobre 2012

Educazione non formale e strutture ricettive

Aggiungo un post dopo diverse settimane per commentare una mia breve permanenza in Germania tra i mesi di settembre e ottobre. Purtroppo ho trovato lo stesso tempaccio di quando sono partito a luglio (vento freddo e pioggia) però questa volta l'esperienza culinaria è stata più che positiva e ho avuto la possibilità di visitare Brema (dove non vi ero mai stato) e rivedere Amburgo (già visitata nel lontano 2004: spaziale!).
Ho coordinato un corso di formazione internazionale per ragazzi europei finanziato dall'Unione Europea presso un piccolo paese del Niedersachsen. Il nostro alloggio era un centro polivalente estremamente funzionale e ben curato, con stanze per i partecipanti, sala riunioni con equipaggiamento (proiettore con schermo, casse, musica, materiale per seminari), due cuoche a nostra disposizione e molta tranquillità. Il corso è stato un successo e tutti i partecipanti hanno apprezzato l'accoglienza del luogo. Non è raro trovare questo tipo di strutture in Germania, anche nei paesi più piccoli e sperduti. Purtroppo in Italia non si è ancora sviluppata una sensibilità verso questo tipo di centri, e risulta quindi molto complicato ospitare gruppi, specie se internazionali, in strutture ricettive adeguate. Tutto ciò rispecchia anche la differente mentalità relativa all'educazione non formale nel nostro paese: sembra che si possa imparare solo in luoghi "istituzionali" (scuola, università, chiesa), mentre l'approccio extra-scolastico ancora deve farsi strada in quanto poco riconosciuto o poco valorizzato. E questo è un grande peccato, perchè limita le possibilità di crescita e relazione dei nostri giovani. 

lunedì 6 agosto 2012

Back home again

Ed eccomi di nuovo a casa, dopo più di 4 mesi in Germania e 24 posts su cultura, stili di vita, politica, 4 video di città tedesche, innumerevoli spostamenti, visite ad amici, esperienze di lavoro (l'ultima delle quali un glorioso workcamp con il Service Civil International - www.sciint.org). Chiudo la mia avventura con quest'ultimo articolo e i miei più calorosi saluti a tutti coloro che hanno letto questo blog. La ragione principale per la quale ho redatto i vari articoli, lo devo ammettere, non è stata quella di iniziare dibattiti o collezionare commenti, bensì quella di tenere un diario delle mie esperienze in terra tedesca. Parenti e amici mi rimproverano sempre di tornare a casa dai miei viaggi senza alcuna testimonianza (sono un fotografo scadente e la memoria spesso non mi aiuta quando c'è da raccontare le mete visitate: "ah, sì, allora, ero in Belgio, no forse Olanda, boh?"), quindi questo diario ha lo scopo di tenere vivi i ricordi di ciò che ho vissuto. A distanza di quasi mezzo anno dalla sua inaugurazione, nessuno ha lasciato finora un commento ai miei articoli, e di questo ne sono lieto: sono infatti giunto alla conclusione che internet vada interpretato più come uno strumento di informazione che come mezzo di comunicazione interpersonale (mi riferisco alla comunicazione tramite chat e commenti). Azzardo qui di seguito alcune ipotesi che spiegano perchè nessuno abbia commentato i miei articoli:
- Google blogger non facilita l'invio di commenti: appare l'apposita finestra  solo se vengono selezionati articoli singoli (e a quanto pare ciò accade perchè ho aggiunto delle specifiche linee di comando). Nella visualizzazione normale (articoli visualizzati nella stessa pagina, uno sotto l'altro), compare solo la dicitura "nessun commento" che andrebbe cliccata per introdurre un commento (il che è a dir la verità piuttosto astruso). Immagino che non tutti abbiano la pazienza o il tempo di familiarizzarsi con tale procedura, e desistano quindi dall'idea di commentare i post.
- Gli articoli, specie quelli sulla cultura e lo stile di vita tedeschi, non lasciano molto spazio a polemiche, rafforzamento di pregiudizi e consolidamento di luoghi comuni. Sono infatti tutti piuttosto noiosi, tecnici e a volte tediosamente lunghi. Ho notato che i blog degli italiani in Germania più commentati sono quelli che contengono giudizi spesso categorici sui teutonici (più che altro si tratta di proiezioni psicologiche del malessere degli italiani all'estero: si sta male e si attribuisce la causa del disagio agli altri -  tutto ciò è comprensibile e giustificabile,  ma anche completamente  inutile se l'intento è quello di comprendere in maniera sistematica la cultura ospitante). 
- Nel mio blog non ci sono foto di donne nude e non critico Mario Monti.
- Non mi lamento più di tanto (e questo non alimenta la conversazione. Provate a rispondere "benissimo!" alla domanda giornaliera "come va?" per uccidere qualsiasi forma di comunicazione)

E questo è tutto! Per ora chiudo questo blog (probabilmente aggiungerò articoli di aggiornamento circa le procedure burocratiche, se scoprirò qualcosa di nuovo o interessante) e vi terrò informati in caso di un nuovo ritorno in terra tedesca. Non mi resta quindi che accomiatarmi e augurarvi buone vacanze. Aufwiedersehen!

*** post scriptum, ottobre 2013 ***
A più di anno dalla pubblicazione di questo articolo è per me sorpendente registrare l'elevato numero di lettori e commenti a questo blog (migliaia di lettori e centinaia di commenti). Rileggendo questo post, devo ammettere che non me lo sarei mai aspettato!

venerdì 3 agosto 2012

Passi burocratici per chiudere l'esperienza di lavoro in Germania

Il mio lavoro in Germania è terminato a giugno; durante il mese di luglio completo le procedure burocratiche richieste. Come promesso nel post di aprile, fornirò qui di seguito alcune informazioni su come chiudere il conto corrente, sull'Abmeldung, la totalizzazione dei contributi pensionistici e sulla procedura per la chiusura del rapporto con la mia Krankenkasse. 

Chiudere il Girokonto

Niente di più facile e più immediato. Mi reco nella filiale più vicina della Sparkasse e comunico la mia intenzione di chiudere il conto e di versare il saldo sul mio conto italiano tramite bonifico internazionale. Consegno le mie coordinate bancarie e l'impiegata esegue velocemente l'operazione, ritirando infine la mia carta. 

Abmeldung 

Consegno allo Stadtamt il mio certificato di Anmeldung ottenuto ad aprile e dichiaro l'intenzione di “abmeldarmi”. Attenzione: è possibile farlo solo entro una settimana o una decina di giorni dalla data prevista (esempio: avevo intenzione di abmeldarmi a fine luglio, ma poiché sono andato nell'ufficio ad inizio del mese mi hanno informato che la data dell'Abmeldung non poteva essere fissata oltre il 15 luglio). 

Totalizzazione 

Grazie a specifici accordi internazionali, il riscatto dei contributi pensionistici versati all'estero è ora più che mai scorrevole. Si tratta della cosiddetta “totalizzazione”, che prevede l’acquisizione del diritto ad un’unica pensione di vecchiaia e di anzianità per i lavoratori che hanno lavorato nei paesi della EU e convenzionati. Il procedimento è gratuito e riguarda anche i lavoratori autonomi e chi, come me, è iscritto alla gestione separata INPS. 

Krankenkasse 

Il mio contratto di lavoro trimestrale giunge al termine; invio quindi una mail alla mia krankenkasse per comunicare la mia intenzione di non usufruire più dell'assicurazione. In effetti la chiusura del rapporto sarebbe automatica, ma il mio datore di lavoro mi consiglia di rendere nota la mia posizione in ogni caso, al fine di evitare fraintendimenti. Dopo qualche giorno mi arriva una mail di risposta: il rapporto si chiude automaticamente, il mio unico compito è ora quello di restituire via posta la tessera sanitaria che mi è stata recapitata all'inizio dei miei tre mesi di lavoro.

giovedì 2 agosto 2012

Città del NRW - Bonn

Benvenuti a Bonn, la mia città tedesca preferita. Tra me e l'ex capitale esiste un rapporto speciale, visto che ci ho vissuto per 5 mesi nel 2004, 3 mesi nel 2006 e circa 2 mesi nel 2009. Ogni volta che posso, cerco di visitare la mia bella Bonn-boniera, una città elegante, chic, forse un po' troppo altezzosa, perfetto contraltare all'istrionica quanto caotica Colonia (che dista 25 minuti di treno). Ricordo ancora il mio arrivo il primo aprile 2004: percorro la Poppelsdorfer Allee sotto un cielo terso ed è subito amore a prima vista! Bonn occupa un posto particolare nel mio cuore anche perchè vi risiedono molti cari amici, tedeschi e non, con i quali sono ancora in contatto. Come canta il buon Andrew Gold nel tema di sottofondo: “thank you for being a friend”, mia cara bella Bonna!

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martedì 31 luglio 2012

Haus der Geschichte


Haus der Geschichte - un affascinante viaggio nella storia
contemporanea tedesca (foto Dr.Egg)
Se passate per Bonn ed avete un paio di ore libere a disposizione, una visita alla “Haus der Geschichte” (Casa della Storia) è vivamente consigliata. Si tratta di un museo di storia contemporanea che illustra il percorso storico della Repubblica Federale Tedesca e della DDR dal secondo dopoguerra ad oggi. Anche se non siete appassionati di storia e di musei rimarrete sicuramente impressionati dalla varietà del materiale in esposizione: sale interattive, maxi-schermi, cimeli, tavole illustrative, tutto estremamente accattivante e adatto anche ad un pubblico non necessariamente adulto. Purtroppo è richiesta una conoscenza della lingua tedesca per chi vuole visitare il museo individualmente (le tavole esplicative sono quasi tutte esclusivamente in tedesco), mentre per i gruppi sono previste visite guidate anche in inglese. L'ingresso è gratuito, così come l'utilizzo del guardaroba. Troverete all'interno un piacevole caffè e numerose toilette.

Indirizzo: Willy Brandt Allee, 14, Bonn

Come arrivare:

con la metro:
Linea 16, 63, 66
scendere alla fermata "Heussallee / Museumsmeile"

In autobus:
Linea 610, 611
Scendere alla fermata “Bundeskanzlerplatz/ Heussallee”

lunedì 30 luglio 2012

Città del NRW - Colonia

Colonia, anticamente nota come Colonia Claudia Ara Agrippinensium per essere stata la città natale di Agrippina, moglie dell'imperatore romano Claudio, è una città che non ha bisogno di presentazioni: regina indiscussa del carnevale (che qui inizia ufficialmente l'11 novembre allo scoccare dell'undicesimo minuto delle ore 11), patria della celebre birra Koelsch e sede di una delle più imponenti cattedrali al mondo. L'atmosfera qui è sempre festaiola e goliardica, specie il sabato. Insomma, una città fatta su misura per chi ama divertirsi. La colonna sonora di sottofondo è il famoso inno "Viva Colonia" che viene cantato a squarciagola in occasione delle sfilate carnevalesche.


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martedì 10 luglio 2012

Frecciate "spinoza.it" style


by Doctor Egg al cubo

Integrarsi in Germania non è facile per via della lingua. Il turco è davvero ostico. 

La Merkel ha dichiarato: “niente Eurobond finchè sono in vita”. Avvistato Monti in incognito a Duisburg.

Secondo una recente ricerca dell'Università di Berlino, la metà degli studenti dei licei tedeschi non sa che Hitler era un dittatore. Allarmato, il ministro dell'istruzione tedesco ha già avviato un programma Erasmus con Siria e Bielorussia. 

A Wuppertal, dopo la semifinale con l'Italia, tifosi tedeschi inferociti lanciano spaghetti agli italiani festanti. Ovviamente senza sale, scotti e con il sugo a parte. 

In diretta tv il commentatore della ARD Reinhold Beckmann ha definito Balotelli e Cassano “cani randagi in area di rigore”. Per protesta, a fine partita Cassano ha alzato la zampa destra e ha pisciato sul palo della porta di Neuer. 

In merito alla polemica sull'inno tedesco non cantato da Podolski e Ozil, Franz Beckenbauer ha dichiarato di aver obbligato i giocatori della nazionale a cantare l'inno quando nel 1984 ne era commissario tecnico. Ecco a cosa servivano quegli elettrodi trovati negli spogliatoi. 



TOP 10 & WORST 5


La Top Ten dei miei tre mesi di lavoro (e tempo libero) in Germania...

  1. La passeggiata a piedi di un'ora per andare a scuola: a giugno, tempo permettendo, camminare per i boschi nella pista ciclabile e pedonale era più rilassante di una seduta di yoga. Musica reggae nel lettore MP3, occhiali da sole, scarpe da tennis e poi via. Il miglior modo per iniziare una giornata di lavoro.
  2. La scuola dove ho lavorato: ottimo rapporto coi colleghi, struttura moderna, materiale a non finire, spazi a misura di bambino, sport e giochi. Mi veniva voglia di tornare fanciullo...
  3. La birra tedesca di qualità a prezzi low cost. Sublime.
  4. La Promenade di Duesseldorf (vedi foto).
  5. La Monatskarte: una tessera mensile dal costo di 64 euro che mi permetteva di usufruire di qualsiasi trasporto pubblico fino ad una distanza di circa 40 km. Non so quanti chilometri abbia percorso in tre mesi, ma di certo ne ho fatto buon uso!
  6. La doppietta di Balotelli: non sono un tifoso sfegatato della nazionale azzurra, ma assistere alla vittoria dell'Italia contro i tedeschi in Germania ha un sapore del tutto speciale.
  7. I Buchladen: i negozi di libri in Germania sono comodi, accoglienti e sempre ben frequentati. Ci si può sedere nei sofà e “assaggiare” i libri sorseggiando un buon tè.
  8. La Spargelsuppe della mia amica Christina: zuppa di patate e asparagi, con tanto di crostini alle erbe. Gnammi-gnammi...
  9. L'atmosfera multi-kulti in Germania: la convivenza tra persone appartenenti a culture differenti sarà anche problematica, ma è sicuramente stimolante, a volte divertente e rende il mondo più colorato.
  10. Dovrebbe essere fuori classifica perchè oltre i confini tedeschi, ma il Wafel di Anversa merita una menzione d'onore: zuccheroso, appiccicoso, morbido e mostruosamente dolce!

    ...e la worst five:
  1. il tempo orribile: primavera che sembra inverno ed estate che sembra autunno.
  2. L'accento Plattdeutsch / Niederrheinisch caratteristico della mia zona: abominevole, neh?
  3. I discount Aldi e Lidl. Saranno anche economici, ma la qualità sia dei supermarket (o forse sarebbe meglio dire: capannoni) sia dei prodotti è decisamente infima.
  4. Il passaggio a livello di Bismarckstrasse con le barriere sempre abbassate. E che sfiga...
  5. La vecchietta che ha criticato le mie doti canore mentre suonavo per la strada a Düsseldorf: “Sie haben keine Harmonie, Sie spielen ohne Melodie, Sie haben mich gestört, ich habe bessere Musik gehört...”. Il personaggio è già diventato leggenda ed è una garanzia di risate ogni volta che racconto la storia.

lunedì 9 luglio 2012

Street music

Un pianoman suona per la strada ad Anversa (foto dr. Egg)
Nelle strade delle grandi città europee, soprattutto il sabato, molti musicisti occupano gli angoli  strategici delle vie commerciali più frequentate per esibirsi con i loro strumenti, con la speranza di vedere il loro cappello o la loro custodia riempirsi di monete. Sono pianisti, clarinettisti, sassofonisti, chitarristi, fisarmonicisti, violinisti, arpisti, ognuno con la propria storia, il proprio stile e il proprio talento. Alcuni incerti e timidi, altri più smaliziati e guasconi, tutti comunque pronti a mettersi in gioco nel palcoscenico dei marciapiedi cittadini. Durante un mio recente viaggio ad Anversa mi sono imbattuto in un pianista molto elegante, che presentava un repertorio sobrio di pezzi classici e jazz, attirando l'attenzione e la curiosità di molti passanti (vedi foto). Io stesso ho suonato per la strada in Germania e in Belgio e devo dire che si tratta di un passatempo molto divertente, ovviamente se lo si interpreta come tale e non come un lavoro o un tentativo di ricevere dell'elemosina. In ogni caso, qui nel "Nord Europa", se avete talento, un po' di faccia tosta e una buona vena artistica, non sarà impossibile conciliare divertimento e guadagno (seppur minimo: non ho mai superato i 20 euro giornalieri, ma allo stesso tempo non sono mai sceso sotto i 10). Ecco qui di seguito alcuni consigli,  indirizzati specialmente a chitarristi acustici, che potrebbero tornarvi utili in caso di esibizioni dal vivo:
- Non date l'impressione di avere bisogno di soldi. Strano ma vero, la gente per la strada sembra dare del denaro più volentieri a chi non lo chiede.  Io ho utilizzato sempre delle simpatiche strategie, come posare in terra un cartello con la scritta in inglese "aiutatemi a raccogliere fondi per la mia festa di addio!" (il che era vero) oppure "aiutatemi a comprare il mio biglietto per l'Australia" (anche questo è vero). Con questo stratagemma ho sempre suscitato interesse e ilarità e non sono mai passato inosservato. In più, ho attirato la curiosità di molti, che si sono fermati per una chiacchierata. Insomma, cercate di non suscitare pietà e compassione.
- Consiglio legato al precedente: vestitevi possibilmente eleganti.
- Sorridete e ringraziate sempre, anche chi vi da 5 centesimi. Se qualcuno vuole fare una foto con voi (accade spesso, soprattutto con i turisti) siate disponibili e non fatevi pregare (poi chiedete un'offerta, però!)
- Piazzate in terra un cappello o la custodia del vostro strumento e prima di iniziare lasciatevi alcune monete, possibilmente da 1 o 2 euro. Noterete che le successive offerte tenderanno ad adeguarsi alle monete già presenti nel contenitore (quindi: mettete solo nichelini, riceverete solo nichelini!)
- Non siate ingordi: se una giornata va bene e avete già guadagnato parecchio, interrompete e non forzate. Non andate oltre i vostri limiti fisici (voce, tendini), suonare in strada è molto faticoso.
- Scegliete un posto strategico: frequentato, ma non vicino a ristoranti o caffè (rischiate di disturbare chi è seduto), evitate di posizionarvi di fronte a delle vetrine; se qualche negoziante vi invita a spostarvi, non polemizzate e cercate un altro posto. 
- Riguardo al repertorio: ovviamente questo varierà a seconda del vostro strumento e dello stile che presentate. Io suono la chitarra acustica ed eseguo brani country-blues-rock di annata (Everly Brothers, Paul Simon, Rolling Stones, Chuck Berry, Cat Stevens, Eagles). Si tratta di un genere piuttosto apprezzato e conosciuto da queste parti. 
Ed ora, se siete musicisti, non mi resta che augurarvi buon divertimento. A tutti gli altri auguro un buon ascolto durante la vostra prossima passeggiata in città. Ma mi raccomando: non sparate sul pianista!

lunedì 2 luglio 2012

Riflessione del centesimo giorno: spiegare le differenze culturali nell'era del politically correct


Sono passati 100 giorni dall'inizio della mia esperienza lavorativa in Germania ed è giunto il momento di trattare un argomento piuttosto spinoso che finora ho sempre tenuto chiuso nel cassetto, con l'intento di tirarlo fuori a tempo debito per analizzarne gli aspetti con calma e precisione. Navigando su internet non sarà difficile trovare blog e forum di italiani all'estero, e tra questi sono molti quelli che raccontano le avventure di chi ha scelto di vivere un periodo di studio o di lavoro in terra tedesca. I resoconti sono spesso accompagnati da commenti, a volte schietti ma divertenti, sullo stile di vita e sulle abitudini dei tedeschi. Questi, agli occhi degli italiani, apparirebbero essenzialmente come ineleganti, eccessivamente pratici, rigidi, disciplinati, privi di senso dell'umorismo, trasandati, poco affettuosi e indifferenti nei confronti della buona tavola.
Nel mio blog, come potete notare scorrendo tra gli articoli, ho sempre evitato di valutare in questi termini il comportamento e le attitudini delle persone tedesche, benchè io stesso abbia notato a volte degli aspetti che tenderebbero ad avvalorare i giudizi sopra citati.
Qui di seguito cercherò di spiegare alcune differenze culturali tra la società tedesca e quella italiana, cercando di evitare giudizi personali ma basandomi su osservazioni il meno soggettive possibili (in quanto ritengo che la pura oggettività non esista). Prima di affrontare il problema è però necessario anteporre alcune premesse:

Prima premessa - Non si trovano ricerche scientifiche che provino le differenze culturali, eppure i blog sottolineano proprio questo! Viviamo in piena era del politcally correct, e qualsiasi accenno a presunte differenze viene interpretato come un insulto alla "nazione" o un'offesa  “etnica” o “razziale”. Nonostante questo le differenze esistono eccome. Come spiegarle? Quale approccio utilizzare?

Seconda premessa - La psicologia sociale ci spiega che quando esprimiamo un giudizio lo facciamo di solito utilizzando dei meccanismi di “economia cognitiva”: vediamo e generalizziamo quello che ci impressiona maggiormente e a causa di dinamiche di “risparmio” di energie e risorse mentali non andiamo a fondo nei nostri ragionamenti. Per esprimere un giudizio più ponderato ci vorrebbe calma, tempo, predisposizione all'imparzialità e spirito costantemente oggettivo, insomma, occorre essere dei robot! E siccome noi non lo siamo e spesso siamo indaffarati e persi nei nostri problemi, tendiamo a commettere degli errori di generalizzazione. Tutto ciò è umano.

Terza premessa -  Geneticamente noi esseri umani non siamo molto diversi, anche se ci sono delle differenze che per noi “terrestri” sembrano eclatanti (ad esempio: sesso, altezza, colore della pelle...); tali differenze sarebbero tuttavia irrilevanti agli occhi di un “alieno”, che ci percepirebbe tutti uguali, muniti di una testa, due gambe e due braccia. Il nostro hardware è infatti pressochè identico in tutto il globo, ciò che cambia è il sistema operativo, ossia i vari software culturali che vengono installati durante la crescita delle persone, e questi dipendono dal luogo e dalla cultura di appartenenza.  A loro volta i vari software tendono a modificare, seppur in maniera non decisiva e solo nel lungo termine, l'hardware, ossia il patrimonio genetico (esempio: in un paese di sedentari e fruitori di prodotti McDonald, diabete e obesità tenderanno a “trasferirisi” nel dna di quella popolazione...che paese vi balena in testa?)

Quarta premessa - L'affermazione secondo la quale le differenze culturali non esistono è essa stessa una generalizzazione al pari delle affermazioni “i tedeschi sono rigidi”, “gli italiani sono indisciplinati”. Come ricordato nella prima premessa, le differenze di comportamento esistono eccome, negarle significa negare il valore delle discipline sociali che ne fanno oggetto del loro studio.

E ora, dopo queste quattro premesse, cerchiamo di affrontare l'argomento in questione.
Lavorare in una scuola elementare all'estero offre una prospettiva privilegiata: si comprendono i comportamenti umani in itinere, under construction, si comprende meglio il processo di socializzazione e il modo in cui si radicano tendenze ed abitudini. Durante il mio lavoro come educatore e coordinatore di attività di dopo-scuola in Germania ho notato dei comportamenti particolari nei bambini e negli insegnanti. Li elenco qui di seguito:

Socializzazione alla fila: nel momento in cui viene distribuita la merenda (ghiaccioli, frutta, verdura ecc), i bambini sono invitati a disposti in fila “verticale”, senza ammassarsi o prevaricare sugli altri. Questo accade tutti i giorni. I bambini imparano che questo è un metodo veloce e giusto (basta avere pazienza un po' di disciplina e tutti ottengono il “premio”). 

Propensione al dialogo e alla rappresentanza: i bambini vengono sollecitati ad esprimere i propri bisogni senza timore nei confronti degli adulti e dei coetanei. Già nelle scuole elementari la Kinderkonferenz è un luogo dove bambini e adulti dialogano per risolvere problemi, esprimere bisogni e trovare compromessi. Si tratta di uno stile educativo che promuove un modo attivo di risolvere le difficoltà e cerca di evitare passività e subalternità. Ho sempre notato una differenza sostanziale tra i giovani tedeschi e quelli italiani: noi coltiviamo, purtroppo, una esagerata tendenza al rispetto istintivo ed indiscusso nei confronti dell'autorità, sia familiare che istituzionale. Il risultato di questo atteggiamento è, da una parte, passività e sottomissione (anche l'autorità e le istituzioni a volte sbagliano!), dall'altra una reazione violenta e non mediata dal dialogo nei confronti delle istituzioni stesse (perchè non si sono mai apprese le modalità pacifiche di risoluzione dei conflitti).

Intraprendenza: se non capisci qualcosa, chiedi! Questo è un imperativo categorico nella scuola tedesca di qualsiasi livello. Non accettare mai niente come oro colato se non si è convinti. Non dimentichiamo che fino a qualche decennio fa, in Germania il nazionalsocialismo era una sorta di religione, e la mancanza di criticità del popolo tedesco ha permesso a questa dottrina di proliferare e penetrare indisturbata in qualsiasi ambito.

Herausforderung (sfida): I bambini tedeschi sembrano più attivi nel gioco “spericolato” rispetto ai nostri. Nei parchi pubblici e spesso anche nelle scuole troneggiano ovunque Klettergerüste”, ossia strutture per l'arrampicata, alcune delle quali arrivano a toccare i 4 metri di altezza. Alle mamme italiane verrebbe un infarto al solo pensiero che i figli si possano avvicinare a tali mostri. Qua invece le mamme incoraggiano i fanciulli a mettersi alla prova con questi giochi, senza apprensioni o paure. Se durante il gioco un bambino si fa male e piange, generalmente gli adulti non esprimono compatimento ed intervengono solo se necessario (cure mediche).

Rapporto giovani – bambini: ho notato che molti giovani tedeschi possiedono delle buone competenze di relazione con i bambini. In alcuni musei ho assistito a spiegazioni “a misura di bambino” fornite da ragazze e ragazzi ben preparati e carismatici. Ugualmente nei centri sportivi. Poiché la disoccupazione giovanile in Germania non è così elevata, molti giovani hanno l'opportunità di lavorare nel settore socio-educativo, entrando così in contatto con scolari delle scuole elementari. I musei e i centri sportivi che ho visitato con i bambini erano ben equipaggiati per fornire delle corrispondenti attività di qualità.

Conclusione

Risulta difficile affermare se dalle attitudini che ho elencato si possano spiegare alcuni tratti del comportamento del popolo tedesco. Credo che quella dei primi 4 anni della scuola primaria in Germania sia una prima tappa alla socializzazione e interiorizzazione delle regole. Un passo importante reputo sia il resto del percorso educativo e il ruolo svolto dalla famiglia.

E poi chiediamoci: esiste veramente il popolo tedesco? Nella mia scuola più della metà dei bambini hanno un migrationshintergrund, ossia una storia di migrazione (Medio Oriente, Russia, Est Europa, Spagna, Italia, Africa, Asia). Eppure tutti i bambini parlano tedesco, anche se alcuni in famiglia parlano la lingua d'origine dei genitori. Ho l'impressione che la Germania tenda a diventare gradualmente come gli USA...

Tuttavia azzardo alcune "riflessioni generalizzanti":
- già dalla scuola elementare si presta particolare attenzione all'insegnamento e all'interiorizzazione di regole di comportamento sociale (fila, comportamento corretto in strada);
- si promuove lo spirito critico e la capacità di esprimere opinioni e dubbi in pubblico e di rapportarsi senza timore con gli adulti e le istituzioni;
- si incoraggiano i bambini ad acquisire confidenza con il proprio corpo per mezzo di attività fisica più "audace" che in Italia;
- l'attività nella scuola e nel dopo-scuola è generalmente molto strutturata ed è più orientata allo sviluppo di competenze individuali che di gruppo;
- sia in mensa che nel tempo libero il cibo non assume un valore particolare: si presta attenzione al rispetto delle regole (sedersi e mangiare in maniera ordinata, riordinare al termine del pasto), tuttavia ci si alimenta in maniera poco coerente (poco rispetto per i tempi, assenza del concetto di primo, secondo, frutta). Sin da piccoli i bambini non acquisiscono il valore socializzante ed estetico del mangiare, ma solo quello nutritivo-energetico;
- la gestualità dei bambini tedeschi è molto limitata. La "cultura dei gesti" tedeschi non offre lo spettro così variegato di quella italiana. Quando accompagno le parole con il movimento delle mani, i bambini appaiono sconcertati e sembrano non capire cosa intendo.

Forse chi studia scienze sociali può trovare in questo post alcune ispirazioni per un''indagine più approfondita. Di sicuro non ho dimostrato nè l'esistenza di clamorose differenze culturali, nè la natura di comportamenti ritenuti "tipici" tedeschi. Più che altro questo post va interpretato come un tentativo di comprensione, assolutamente parziale,  dello sviluppo di particolari tratti che spesso vengono considerati essere parte integrante del DNA tedesco (precisione, rispetto delle regole, difficoltà ad improvvisare); la genesi di tali tratti, ammesso che realmente esistano, va invece ricercata nei luoghi dove si sviluppano i processi di socializzazione, primo fra tutti la scuola. Chissà, forse qua e là si possono trarre idee per estrapolare qualche indicatore, sviluppare qualche concetto o formulare qualche ipotesi. In questo caso, auguro a tutti i ricercatori sociali un buon lavoro!

venerdì 29 giugno 2012

Senza parole

Giovedì, 26 Giugno 2012 seguo la partita Deutschland - Italien al Public Viewing Solimare in Moers. Probabilmente sono l'unico italiano. Attorno a me centinaia di adolescenti giubilano per gli undici della Bundesrepublik. Almeno fino a quando Balotelli segna la seconda rete. Il video qui di seguito mostra l'umore generale dopo la dolorosa doppietta. 
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Un plauso particolare ai ragazzi presenti  (quasi tutti minorenni). Si critica tanto la generazione attuale, tutta "Lady Gaga" e internet, però va detto che i teenagers, di fronte alla disfatta nazionale, si comportano in maniera civilissima. Dopo il primo tempo, visto che le speranze di rimonta sono assai ridotte, si concentrano su flirt e chiacchierate. Adulti, imparate dai vostri ragazzi! 
PS: di rilievo il commento di una ragazza bella in carne, che a fine partita mi passa davanti inviperita urlando: "ich werde nie mehr 'ne Pizza bestellen!" (non ordinerò mai più una pizza). 

domenica 24 giugno 2012

Qualche buona ragione per imparare la lingua tedesca

Se vi piacciono le sfide, i rompicapo, le imprese impossibili, allora vi troverete a vostro agio nell'apprendimento del tedesco, idioma alquanto ostico, soprattutto per chi come lingua madre parla una lingua latina. Un'analisi divertente quanto spietatamente veritiera sulla complessità della sintassi tedesca ce la offre Mark Twain nel suo celebre saggio "The awful German language" (lo potete trovare qui: http://german.about.com/library/blmtwain01.htm). Non ci sono dubbi, die deutsche Sprache è difficile da imparare, ma ci sono tanti buoni motivi che ci incoraggiano ad apprenderla. Vediamone alcuni:
- Se è vero che molti europei parlano l'inglese come seconda lingua, in Europa la lingua madre più parlata è il tedesco: è parlata da 82 milioni di tedeschi, 8 milioni di austriaci, 5 milioni di svizzeri, più varie minoranze in Italia, Belgio, Romania.  In tutto, circa 100 milioni di persone, anche se a dire il vero in Austria, Svizzera e in Baviera per strada non si parla l'Hochdeutsch (che sarebbe il tedesco standard), bensì i vari dialetti regionali.
- La Germania è uno dei più grandi esportatori europei. Chi parla il tedesco ha buone chance per introdursi nel settore dell'import-export in qualsiasi paese.
- La conoscenza della lingua tedesca permette l'accesso ad uno dei sistemi educativi più organizzati e variegati a livello europeo. Rispetto al nostro paese, Austria, Svizzera e Germania garantiscono scuole, università e possibilità di tirocinio qualitativamente superiori, per quanto riguarda professionalità e infrastrutture. Avendo studiato un anno in Austria, posso dire che non c'è paragone con le università italiane. 
- Se lavorate nel settore educativo come me, ecco una buona ragione per imparare il tedesco: qua si cercano  insegnanti, educatori, formatori, nonchè studenti e dottorandi. A volte lo stipendio per chi lavora in questo ambito non è soddisfacente se paragonato ad altri settori, ma di sicuro si guadagna di più che in Italia e la qualità dell'ambiente lavorativo è assolutamente superiore (orientamento, possibilità di formazione permanente, maggiori prospettive di carriera, oltre alla buona assistenza sanitaria). 
- I media tedeschi offrono dei prodotti molto interessanti. Alla radio, in tv, su internet l'informazione è molto buona e generalmente imparziale. Ottimi, a mio parere, alcuni quotidiani a diffusione nazionale (Die Sueddeutsche Zeitung, FAZ, die Welt - non ho mail letto il Bild, giornale scandalistico,  e non ne sento alcun bisogno!). E poi le riviste, alcune assolutamente fantastiche (la mia preferita è "GEO-Epoche", offre monografie su personaggi e periodi storici non solo tedeschi, lo consiglio a tutti gli studenti di storia!)

E ora qualche consiglio su come "approcciare" questa tanto utile quanto, per molti, apparentemente inaccessibile lingua. Premetto che iniziai lo studio del tedesco da autodidatta nel lontano 2000. Sono passati 12 anni e non sono ancora in grado di padroneggiarlo con estrema sicurezza, ma in compenso ormai comprendo tutto ciò che ascolto in radio e in tv (nel senso che riesco a capire anche le parole che non conosco, per poi cercarle nel dizionario; credo che questo corrisponda ad un buon livello di comprensione, diciamo livello C). Anche durante il mio lavoro capisco quasi tutto, incontro delle difficoltà solo se viene usata la "Umgangsprache" (modi di dire, espressioni regionali). Per quanto riguarda l'espressione, trovo ancora degli ostacoli, a volte per pigrizia o mancanza di concentrazione (il tedesco presenta i "casi" come il latino, la cui corretta declinazione richiede particolari energie mentali).
Come detto, ho iniziato ad imparare da solo con l'aiuto di un libro per principianti munito di audiocassetta (era il 2000!) acquistato in Germania: tanti disegni simpatici, illustrazioni, colori, musica. Anche se sembrava un libro per bambini, l'approccio didattico è vincente: mi ricordo ancora le spiegazioni associate ai disegni! Se volete iniziare lo studio della lingua con un libro, scegliete quello più variopinto e variegato possibile. Da evitare i manuali "compatti" privi di illustrazioni. Dopo qualche mese ho seguito dei corsi di tedesco all'università (corso di base, intermedio, conversazione, per un totale di 80 ore). Una completa comprensione della grammatica e della sintassi è a mio avviso una tappa necessaria per lo studio di questa lingua, che presenta delle particolarità assai diverse dalle lingue "normali" (vedi saggio di Mark Twain). Verbi separabili, casi, ordine delle parole nelle frasi...all'inizio sembrerà di avere a che fare con un idioma alieno, ma il livello di soddisfazione sarà elevato una volta che sarete in grado di padroneggiare queste regole. E poi inizierete a capire molto della psicologia e del modo di pensare dei tedeschi (la precisione dei quali si rispecchia sulla lingua). Tappa fondamentale per l'apprendimento linguistico è una permanenza nel paese dove la lingua è parlata. Esistono svariate possibilità: se siete giovani potete vivere un'esperienza di volontariato a lungo termine (ad esempio, con il Servizio Volontario Europeo), se siete studenti universitari è possibile accedere al programma Erasmus; non sarà impossibile trovare lavoro qua in Germania, anche se, senza la conoscenza iniziale della lingua, non sarà facile trovare delle occupazioni particolarmente interessanti. 
Ho vissuto in vari paesi di lingua tedesca per circa 3 anni, ma non in maniera continuativa: 3 mesi in Svizzera, un anno in Austria e vari periodi in Germania (7 mesi tra 2002 e 2003, 5 mesi nel 2004, 3 mesi nel 2006, un mese nel 2009 e 4 mesi quest'anno, per un totale di 20 mesi). Ovviamente tutto questo "vai e vieni" non mi ha mai permesso di consolidare l'apprendimento linguistico, in quanto dopo ogni esperienza all'estero sono sempre tornato in Italia e questo ha contribuito al "decadimento" lessicale. Ogni volta che torno in Germania cerco quindi di assorbire tedesco il più possibile: la radio a casa è sempre accesa, leggo riviste (der Spiegel e GEO-Epoche, anche in Italia) e romanzi, anche se molto lentamente, massimo 10 pagine al giorno (finora ho letto "Der Vorleser" e mi sto cimentando con "Das Parfum"). Purtroppo a volte sono stanco e preferisco dedicarmi ad altre attività più rilassanti, però devo ammettere che un esercizio di lettura e ascolto costante può dare ottimi frutti e permette quel "salto" per accedere ad un livello di comprensione e produzione più sofisticato. 
Parlare il più possibile aiuta parecchio. Tornare a casa e consultare il dizionario per imparare le parole e le espressioni nuove recepite durante la conversazione aiuta ancora di più. Scegliete i vostri interlocutori, tenendo presente che chi va con lo zoppo impara a zoppicare: parlare con stranieri che commettono ancora molti errori grammaticali è talvolta più facile, ma non farete molta strada. Personalmente, cerco di "introdurmi" in ambienti dove posso entrare in contatto con madrelingua tedeschi (gruppi politici, associazioni culturali o di volontariato, eventi, conferenze, seminari). Evitate gli italiani all'estero, o almeno quelli che prediligono rimanere con il loro gruppo di appartenenza e non hanno interesse a conoscere la cultura tedesca o migliorare il loro livello linguistico (crudele, ma vero: imparerete ben poco). 
Questo è quello che posso dire, tutto basato sull'esperienza personale. E ora non mi resta che augurare buon apprendimento a tutti e buona fortuna con la "terribile lingua tedesca!". E soprattutto...viel Spass!

sabato 16 giugno 2012

Mobilità professionale in Europa

Funeree previsioni echeggiano ormai da mesi nei media di tutto il Vecchio Continente, commenti sconfortanti ricorrono nei discorsi al mercato rionale di qualsiasi città europea, leader mondiali iniziano il conto alla rovescia: pare che per l'Euro e per l'Unione Europea si sia arrivati al capolinea. Chi si interessa di finanza riesce a leggere meglio la situazione e a districarsi tra i vari Spread, Bund, Index e compagnia. Chi invece non ha avuto la possibilità di seguire almeno due semestri di economia all'università, ha l'impressione che improvvisamente la nostra vita non dipenda più da contatti sociali, lavoro, famiglia e amici, bensì da bilanci, debiti, transazioni, prestiti salva-stati e salva-banche. Il che per certi tratti è vero, visto che viviamo in un sistema capitalistico e la nostra esistenza, che ci piaccia o no, è strettamente legata a fattori economico-finanziari. 
Con questo post vorrei cercare però di introdurre un elemento di riflessione che spesso viene ignorato ogni qual volta si parla della crescita e della ripresa economica in Europa: la mobilità dei lavoratori nella UE.
Gli Stati Uniti d'America sono diventati una potenza mondiale (anche se tuttora in fase di decadenza) per via di diversi fattori concomitanti. Tra i vari ne cito uno: la possibilità dei cittadini americani di spostarsi da una costa all'altra senza grandi difficoltà, per studiare, per lavorare, per costruirsi una carriera migliore. Certo, lasciare la propria città d'origine è spesso doloroso, ma negli USA spostarsi dal Connecticut verso il Vermont non è così "traumatico" come trasferirsi dalla Spagna alla Danimarca. Immaginiamo un laureato di 30 anni, residente a San Francisco, che decida di accettare un nuovo lavoro a Boston. Parlerà la stessa lingua, mangerà lo stesso hamburger che mangiava al Burger King sotto casa, non dovrà acquistare adattatori per le prese elettriche, probabilmente utilizzerà lo stesso provider per l'accesso ad internet con lo smartphone, forse non dovrà neanche cambiare assicurazione sanitaria, guidare non presenterà grosse difficoltà visto che il codice stradale nelle due città sarà lo stesso. A parte la differenza di fuso orario, la vita non sarà poi così difficile per il nostro laureato.
Ora immaginiamo un italiano in Germania: 
- la lingua: grosso ostacolo. In Italia non si insegna il tedesco, se non negli istituti alberghieri. E l'inglese in Germania non è parlato da tutti.
- Burocrazia: assistenza sanitaria, contributi pensionistici, nuovo codice fiscale...vedi relativo post.
- Cibo: non solo è molto diverso da quello italiano, anche le ore dei pasti cambiano radicalmente. E i negozi non fanno la siesta al pomeriggio, quindi la spesa va fatta o il sabato o prima delle 18:00.
- Prese elettriche: la presa a tre punte italiana non serve, qui regna la presa tedesca!
- Clima: 5 mesi di inverno, 5 mesi di autunno, il resto è una primavera pazzariella intervallata da alcuni giorni estivi.
- Sistema scolastico: se l'italiano ha dei figli e vuole iscriverli in un istituto tedesco noterà che vi è una grande differenza tra i due sistemi scolastici (ad esempio, non esiste la scuola media)
Queste sono solo alcune delle principali differenze che scoraggiano la cosiddetta mobilità professionale all'interno dell'Unione (secondo le statistiche noi italiani, manco a dirlo, siamo fanalino di coda in questa speciale classifica). Eppure, se si cerca con attenzione in internet, esistono molti documenti, linee guida, dichiarazioni di intenti elaborati dalle istituzioni comunitarie che esplicitamente identificano in questo fattore la direzione da seguire per rilanciare l'economia stagnante in Europa. Cosa potrebbe succedere se milioni di cittadini europei avessero la possibilità concreta di trasferirsi in un altro stato dell'UE per motivi di lavoro? Attenzione, ho usato intenzionalmente la parola "concreta", ossia: mobilità di lavoratori qualificati, assistenza, anche psicologica, alla persona e alla famiglia (nel caso ci si dovesse spostare con il nucleo familiare), orientamento e supporto, specie per risolvere i problemi burocratici. Per me un'Europa veramente vicina ai cittadini è appunto un'Europa che sia  veramente in grado di offrire questi servizi, anche grazie a figure professionali esperte e presenti nel territorio. Sarebbe inoltre un Europa consapevole delle barriere linguistiche e conseguentemente impegnata a superarle, con programmi comunitari di insegnamento plurilinguistico che inizino dagli anni della scuola materna per proseguire fino all'età adulta. 
Non sono un grande esperto di mercati e di finanza, ma reputo che pompare le banche di liquidità  possa essere una soluzione solo parziale. Nella migliore delle ipotesi questi interventi risolveranno la crisi, ma lo scetticismo da parte dei cittadini  nei confronti del progetto di integrazione europea rimarrà inalterato. Almeno fino a quando italiani, spagnoli, greci, tedeschi ecc. non verranno considerati solo come "consumatori europei", ma anche e soprattutto come "cittadini europei". Europei non si nasce, bensì si "diventa". E per diventarlo, sempre se lo si vuole, occorre viaggiare, spostarsi e vivere all'estero, anche per brevi periodi. A patto che queste siano dell'esperienze stimolanti e costruttive, e non un pericoloso e inutile salto nel buio. 

sabato 9 giugno 2012

Arbeitsmarktreform

Martedi 5 giugno vengo invitato dalla mia amica Christina a partecipare ad una riunione di un gruppo locale del SPD, il Partito Socialdemocratico tedesco, presso la città di Bielefeld. I simpatici membri della circoscrizione di Gellershagen-Sudbrack mi accolgono in una  "Kneipe" (birreria - ristorante) italiana e, con mio grande piacere, contribuiscono persino a rimborsarmi le spese di viaggio. Il tema dell'incontro è la crisi economico-finanziaria in Europa, con un focus speciale su Italia e Grecia. Per l'occasione preparo una presentazione con delle slide al fine di illustrare la situazione attuale in Italia: enorme debito pubblico, disoccupazione elevata, sud in affanno, recessione, strategia del governo Monti, lotta all'evasione fiscale. Nel presentare le slides, tocco un tasto delicato, ossia le riforme del mercato del lavoro. A dir la verità, cerco intenzionalmente di provocare i presenti, avanzando la teoria secondo la quale il tasso di disoccupazione tedesco durante gli ultimi 5 ann è diminuito grazie alle riforme introdotte dal governo Schreoder . Traggo questa interpretazione  da un recente articolo pubblicato dallo "Spiegel", uno dei settimanali più letti in Germania: le riforme avrebbero creato maggiore occupazione grazie all'introduzione di contratti a tempo determinato, maggiore flessibilità e riduzione degli oneri fiscali; misure speciali avrebbero inoltre stimolato i disoccupati ad accettare posti di lavoro "indesiderati", pena il taglio del sussidio di disoccupazione (secondo il motto "foerdern und fordern", ossia "promuovere ed esigere").  Noto tra i miei ascoltatori un certo disagio, espresso da mormorii dubbiosi, fino a quando un membro del gruppo non prende la parola e mi illustra il suo punto di vista, che pare essere condiviso da tutto il gruppo. La disoccupazione in Germania sarebbe diminuita piuttosto per via di particolari tendenze demografiche, visto che una larga percentuale della forza lavoro tedesca sarebbe dovuta andare in pensione proprio prima del 2010. Ergo, l'occupazione sarebbe cresciuta in ogni caso, con o senza riforme. Pongo due domande: la prima è se le riforme del lavoro erano veramente necessarie; la seconda, un po' maliziosa, si riferisce al "colore politico" della riforma stessa. Siamo in un gruppo locale del SPD, questi cambiamenti sono stati introdotti dall'ultimo governo federale di centro-sinistra, eppure tutti sembrano estremamente critici ed insoddisfatti! La discussione si anima. La presidente del gruppo, la loquace Sylvia, mi spiega che la riforma non era necessaria, ma il governo Schroeder ha potuto e ha voluto realizzarla perchè in buoni rapporti con i sindacati (che generalmente, in gran parte dei paesi europei, tendono a sedersi al tavolo delle trattative con maggiore disponibilità se il governo è di centro-sinistra). Per quanto riguarda la seconda domanda, la criticità è data dal fatto che le nuove riforme hanno intaccato la stabilità di quella che viene definita da Sylvia "la colonna del Paese", ossia la classe media. Precarietà ed eccessiva flessibilità (ad esempio, i famosi mini-job da 400 euro al mese senza previdenza sociale) avrebbero causato un degradamento dei lavoratori. Sembra un paradosso: da una parte ci sono più occupati, ma la ricchezza media è diminuita. Tra un boccale di "Alt" (birra scura della zona) e di birra di grano la discussione continua, ma dopo 3 ore abbondanti anche la logorroica Helga (che poi scopro essere stata parlamentare regionale) deve sventolare bandiera bianca. Una piacevole serata, dove non si è parlato poi così tanto di Italia, ma ho imparato molto sulla Germania. Il suggerimento finale degli amici tedeschi: non è consigliabile "copiare" le riforme dagli altri paesi, molto meglio crearsi un proprio stile per risolvere i problemi.

venerdì 1 giugno 2012

"Betriebsausflug" stile Coppa Cobram


Con il termine "Betriebsausflug" ci si riferisce in Germania alla gita aziendale: si trascorre insieme ai colleghi una giornata in allegria e si consolida così lo spirito di gruppo. Con mio grande piacere anche la scuola dove lavoro organizza un'escursione in bicicletta con tutto il personale. Durante il "Teambesprechung" (riunione di lavoro, che qui in Germania viene accompagnata di solito da una pantagruelica colazione) pianifichiamo ogni minimo dettaglio, fino al colore delle magliette da indossare (ma non prendiamo una decisione definitiva, in quanto mi oppongo al rosa pastello proposto da una collega). Il piano è ambizioso, almeno per un italiano non abituato ad usufruire dei vantaggi delle infinite piste ciclabili che attraversano boschi e costeggiano fiumi: 40 km in bicicletta, pranzo al sacco e sosta al Biergarten. Tutto sembra perfetto, ma non abbiamo fatto i conti con il tempo atmosferico, piuttosto dispettoso in queste occasioni. L'ultimo fine settimana è stato "grossartig", magnifico, ma i peggiori agenti atmosferici decidono di allearsi per giocare un brutto scherzo alla nostra gitarella. Controllo regolarmente le previsioni e la mia preoccupazione cresce sempre più, soprattutto quando noto l'indifferenza dei teutonici nei confronti nell'imminente acquazzone. Bisogna ricordare che qua in Germania l'attitudine verso il maltempo è ben diversa dalla nostra. Lo si sopporta con paziente rassegnazione e non si rinuncia agli impegni intrapresi. "Es gibt kein 

schlechtes Wetter – es gibt nur die falsche Kleidung!“, ossia "non esiste il brutto tempo, solo vestiti sbagliati!" è un modo di dire illuminante per comprendere l'atteggiamento teutonico nei confronti delle intemperie. E così il giorno fatidico, incuranti del cielo minaccioso sopra di noi, ci incontriamo nel punto di partenza prestabilito per affittare le bici e partire, zaino in spalla e giacca a vento a portata di mano. Inizialmente il tempo è piacevole e per due ore tutto fila liscio. Poi, a partire dalle 14:00, arriva il diluvio universale. Il video del povero Fantozzi impegnato nelle fatiche della Coppa Cobram rende bene l'idea. Secchiate d'acqua allietano la nostra escursione pei boschi, il vento scherza col cappuccio della mia giacca e il fango schizza sui parafanghi . Devo dire che, malgrado il fortunale, mi diverto parecchio, anche se a volte faccio un po' di fatica a tenere il ritmo del "peloton" dei miei 10 colleghi. Mi sono sempre definito un tipo sportivo e recentemente la mia prestazione nei 10 mila metri (corsi in 48 minuti netti) mi riempiva di un certo orgoglio. Eppure in certi tratti non riesco a tenere l'andatura delle mie colleghe over 45, sicuramente non più longilinee del sottoscritto ma più abituate a prestazioni in condizioni estreme. La gita termina infine dopo 5 ore e circa 50 chilometri in una "Kneipe" (Birreria) dove, bagnati ma contenti, mangiamo e beviamo in armonia. Mi sorprende che nessuno si lamenti del tempo e tutti, proprio tutti, siano d'accordo nel considerare l'escursione un grande successo. Anche io torno a casa soddisfatto, anche se alquanto affaticato. Preferisco però fare sport con una leggera brezza che mi accarezza il viso e il sole che mi scalda la pelle. In Italia.

mercoledì 16 maggio 2012

Alcune considerazioni sul senso civico in Italia e in Germania


Oggi ho assistito ad una scena interessante nell'autobus che quotidianamente prendo per recarmi al luogo di lavoro. Una madre con una bambina (non tedesche) salgono nel mezzo, la madre paga il biglietto, la bambina no. Per chi non ha dimestichezza con il sistema dei trasporti pubblici tedesco, è bene ricordare che qui è possibile pagare il biglietto a bordo, e i passeggeri sono tenuti a salire dalla porta anteriore per mostrare eventuali abbonamenti o ticket all'autista. Alla fermata successiva l'autista accosta il bus, esce dalla cabina di guida e si avvicina alla donna, per verificare l'età della bambina; poiché questa ha più di 6 anni, deve pagare il biglietto. La donna è una turista serba e non capisce ciò che accade; cerca di spiegare in inglese al conducente che non ha  monete sufficienti per pagare il biglietto; l'autista si ferma più volte per  spiegare che senza biglietto la bambina non può rimanere nell'autobus. Un po' per evitare di arrivare a scuola in ritardo, un po' per risolvere la situazione in modo diplomatico (l'autista non parla inglese), mi avvicino ai due e propongo di pagare il biglietto per la bambina. La signora, imbarazzata, accetta il mio aiuto, chiacchieriamo un po' e poi scendiamo dal bus. Fine della storia. E ora, un po' di riflessioni.

Da un punto di vista italiano molti tenderebbero a criticare l'eccessiva rigidità del conducente. Già mi immagino i commenti: “Ah, questi crucchi!”, “Sempre ligi alle regole!”, “Ossessionati dall'ordine!”, “Ě capitato anche a me, sono tutti uguali!” e via dicendo. Una volta in Italia ascoltavo un programma radiofonico incentrato proprio su questo tema: un ascoltatore si lamentava, intervenendo telefonicamente, del fatto che parcheggiando in Germania un passante tedesco l'avesse rimproverato di avere occupato una zona non idonea alla sosta. “Ma fatti i fatti tuoi”, è stato il commento del Nostro, è giù grosse risate in studio! Per chiarire la ragione di questi comportamenti, cercherò ora di spiegare cosa spinge un cittadino tedesco (non necessariamente un “tedesco”, ma chiunque risieda in Germania e ne condivida i valori del vivere sociale) a comportarsi come l'autista sopracitato o come il passante “pedante”.

In Germania ciò che è pubblico è preso in seria considerazione: parchi, trasporti pubblici, scuole, ospedali, ma anche strade e marciapiedi sono visti come un prolungamento della proprietà privata che, come tale, va curato e rispettato. Di conseguenza, gettare la confezione di un pacchetto di sigarette in terra equivale ad imbrattare il pavimento di casa, non pagare il biglietto in un mezzo pubblico ha lo stesso significato di negare un prestito ad un fratello, e non pagare le tasse più o meno è paragonabile all'atto di tradire il coniuge. Non sto esagerando: per l'etica tedesca non esiste una così netta divisione tra la dimensione individuale e quella sociale come da noi. Chi infrange le regole sociali sta attaccando anche la sfera privata del cittadino, del singolo, poiché il pubblico appartiene a tutti, dove il concetto di “tutti” va inteso come l'insieme dei singoli cittadini. In Italia purtroppo poche persone intervengono quando assistono ad episodi di inciviltà (ambientale, stradale ecc) e si preferisce ignorare questi comportamenti difendendosi con alibi come “non spetta a me educare i maleducati”. Chi si ribella è considerato un rigoroso ficcanaso, un astioso perfezionista, un bacchettone moralista.

Immaginiamo ora che un estraneo entri a casa vostra: ha le scarpe sporche, eppure scorrazza per l'appartamento lasciando fango dappertutto; inonda il tavolo di rifiuti; attinge a piene mani dal vostro vasetto con le monetine (tutti abbiamo il classico piattino colmo di monetine di 10 e 20 centesimi!); urla irripetibili improperi davanti ai vostri bambini; se avete un figlio disabile in casa, piazza una sedia davanti alla carrozzina, ostacolando i suoi movimenti, e legge indifferente il giornale; sputa in terra e se ne va fischiettando. Domanda: lo lascereste andare via indisturbato? Sicuramente no. E questa è la ragione per cui qui in Germania chi si comporta allo stesso modo fuori non la passa liscia. Non ha vita facile chi parcheggia nelle strisce pedonali o nel parcheggio per i disabili; chi getta la cartaccia in strada; chi non rispetta la fila; chi non paga il biglietto. Qui il “fuori” equivale al “dentro”: chi si comporta così per strada è come se si stesse comportando incivilmente a casa, perchè la strada, l'ufficio, il parco è casa nostra. Ecco perchè i cittadini qui tendono ad intervenire più spesso che in Italia quando assistono a comportamenti poco consoni alla convivenza civile.

Per concludere, un consiglio: poiché in Italia vivono molti maleducati, iniziare una crociata contro gli incivili sarebbe una via crucis per qualsiasi povero “moralista”. In più, si rischia di finire con le ossa rotte. Cerchiamo di prenderla con garbo e con ironia: ci capita di vedere qualcuno che getta una cartaccia in terra? Raccogliamo dal marciapiede il rifiuto, raggiungiamo lo “sbadato” di turno e, porgendogli gentilmente ciò che ha gettato, diciamogli con un sorriso: “mi scusi, ha perso questo!”. Attendiamo quindi un caloroso grazie.  

sabato 12 maggio 2012

Città del NRW - Düsseldorf

Di ritorno da una visita ad un'amica, ne approfitto per fare un salto a Düsseldorf per realizzare questo breve video. Anche in questo caso, la colonna sonora non è affatto casuale: si tratta di un noto "schlager" di Rudi Carrell dal titolo "Wann wird's mal wieder richtig sommer?" (quand'è che arriva l'estate?), composizione azzeccatissima, considerato che oggi, 12 maggio, spira un vento gelido e siberiano e la temperatura è ben lontana dai 20 gradi (non lasciatevi ingannare dai raggi di sole che si vedono nelle immagini: sono alquanto tiepidi ed innocui!). Brrrrr!!!

video

sabato 5 maggio 2012

Città del NRW - Duisburg

Cari amici, ho il piacere di inaugurare oggi la rubrica "Città del NRW" (Nordrhein-Westfalen = Renania Settentrionale - Vestfalia), Land dove dimoro. Vi propongo per iniziare un video da ma realizzato (notare l'ambizioso sperimentalismo!) durante una uggiosa domenica di aprile a Duisburg. La colonna sonora non è casuale: "We work the black seam together" è un brano composto da Sting ed eseguito dal suo gruppo jazz rock "The Blue Turtles". La canzone è una dichiarazione di protesta dei minatori inglesi nei confronti della politica energetica pro-nucleare britannica degli anni '80. Duisburg, grande città del bacino della Ruhr,  importante polo dell'industria siderurgica, chimica e meccanica, è sede di una miniera di carbone. Negli ultimi decenni l'industria carbonifera ha gradualmente perso il ruolo trainante nell'economia della città, e al posto di zone di produzione di carbone sono stati creati parchi ed aree dedicate alla cosiddetta "Industriekultur", interessante esempio di riconversione industriale. 

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lunedì 30 aprile 2012

Prima busta paga

Oggi ho ricevuto la prima busta paga da quando sono in Germania. Posso dichiararmi soddisfatto, poichè non è così leggera come quelle italiane (a parità di ore settimanali). Finora infatti non mi era mai capitato di lavorare part-time e percepire uno stipendio mensile a 4 cifre! Un'altro aspetto piacevole della busta puga tedesca è la semplicità di lettura, poche voci ma chiare e comprensibili, malgrado la lingua e la tipica abitudine tedesca di abbreviare qualsiasi espressione abbreviabile ( non dimentichiamoci che la lingua teutonica detiene il record per le parole più lunghe al mondo, la più lunga conta 80 lettere!). Ho potuto inoltre notare che non pago nessuna "tassa di solidarietà" (detrazione per i costi di riunificazione della DDR alla Repubblica Federale), forse perchè ho un contratto a tempo determinato. In compenso pago una "Kirchensteuer" (Tassa "confessionale") di 6 euro e 99 centesimi. Ora et labora!

sabato 28 aprile 2012

Passi burocratici per lavorare in Germania



 INFORMAZIONE (Nov.2014)
Ho lasciato la Germania due anni fa, quindi non sono più in grado di rispondere al sempre più crescente numero di domande pervenute. I lettori sono comunque invitati ad usare il blog come piattaforma per scambiarsi informazioni aggiornate.   
     *** Attenzione ***
Questa è una versione dell'articolo aggiornata al maggio 2013. La versione originale presentava infatti alcune inesattezze, delle quali mi sono accorto dopo aver ricevuto alcune domande dai lettori, che ringrazio per il loro interesse all'argomento. Danke!


Sebbene il tema venga già trattato in diversi forum presenti sulla rete, anche io voglio offrire agli internauti il mio contributo su una questione piuttosto rilevante per chi si reca in Germania per lavoro: la documentazione necessaria per essere regolarmente assunti e per poter lavorare nella Bundesrepublik. Credo che questo post possa essere interessante perchè, da quello che ho potuto notare dopo una rapida ricerca, non si trovano molti casi simili al mio. Le informazioni che mi accingo a illustrarvi qui di seguito potranno quindi integrare la discussione in merito.  
Iniziamo con la mia situazione professionale: sono assunto per un periodo di tre mesi presso una organizzazione no profit tedesca. Il rapporto lavorativo si interromperà allo scadere del terzo mese di lavoro, senza estensione. Ecco i passi necessari per mettermi in regola:
  1. Chiamiamolo “punto numero zero” perchè si tratta del prerequisito per ottenere il lavoro: invio il mio CV, segue un Telephongespraech (contatto telefonico con il datore di lavoro), offerta di lavoro, accettazione da parte mia, partenza, arrivo, primo contatto, firma del contratto. Assunto!
  2. Anmeldung: mi reco al BürgerService più vicino (sorta di circoscrizione) e mi “anmeldo” (bello questo slang italiesco ormai diffuso tra gli italiani in Germania!) ossia rendo noto il mio nuovo domicilio. Attenzione: poiché non intendo al momento rimanere nel suolo tedesco per un periodo più lungo di quello lavorativo, evito di recarmi all'A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) per chiedere il cambio della residenza. La mia residenza rimane in Italia, il mio domicilio è ora però in Germania. All'ufficio porto con me una dichiarazione che attesta che ho preso in affitto un appartamento, firmata dal proprietario (nel mio caso si tratta della stessa organizzazione per cui lavoro). Ecco fatto: mi rilasciano un “Bestätigung”(conferma) che mi servirà per i passi successivi. Prima di tornare in Italia dovrò “abmeldarmi”, ossia dichiarare che lascerò il mio domicilio tedesco. 1b) Sempre nello stesso ufficio ne approfitto per chiedere il cosiddetto “Erweitertes Führungszeugnis” (in Italia dovrebbe chiamarsi Casellario Giudiziario, ma non ci metto la mano sul fuoco). Poiché lavorerò con minori, si vuole essere sicuri di non assumere “Jack lo Squartatore”, ma una persona senza precedenti penali, ed è quello che il certificato deve dimostrare. Pago 13 euro e inoltro la richiesta. Dopo qualche giorno ricevo il certificato per posta e ne faccio una copia per il mio datore di lavoro.
  3. Last but not least, al BürgerService mi forniscono anche il Steueridintetifikationsmerkmal (VBM) composto da 20 cifre. VBM sta per  vorläufige Bearbeitungsmerkmal, che indica che si tratta di un codice fiscale "temporaneo".  
  4. A pochi passi dall'ufficio si trova una Sparkasse, mi ci fiondo per aprire il mio Konto, sul quale verrà accreditato il mio stipendio. La prassi è semplice, date un'occhiata al relativo post.
  5. Steueridentifikationsnummer:  il mio datore di lavoro, persona estremamente gentile e disponibile, mi accompagna fortunatamente in tutto il percorso burocratico e in un'ora scarsa riusciamo a sbrigare tutta la faccenda. Senza di lui ammetto che non sarei stato così celere! Prima di tutto, ci dirigiamo insieme al Finanzamt per richiedere il codice fiscale (ricordo che il BürgerService ne rilascia uno, ma è temporaneo!). Presento l'Anmeldung e il codice ricevuto presso il BürgerService, compilo un modulo e il gioco è fatto. Curiosità: mi si chiede a che religione appartengo (dichiaro “cattolico”, anche se non sono praticante). Dopo essersi assicurati circa il mio status (single e senza figli), mi si attribuisce un codice di appartenenza alla categoria fiscale (rientro nella fascia “1"). 
  6. Assicurazione sanitaria e previdenza sociale: da quello che ho letto online, in Germania, così come in quasi tutti i paesi,  l'iscrizione ad una Krankenkasse (assicurazione sanitaria) risulta obbligatoria. Il mio datore di lavoro mi accompagna presso la  Knappschaft (una Krankenkasse il cui ufficio è presente in città), dove un simpatico impiegato sbriga la nostra pratica. Gli spieghiamo le nostre esigenze (gli mostro anche la mia tessera sanitaria regionale, specificando che sono consapevole che si tratta di un documento che mi permette solo di usufruire di assistenza sanitaria presso gli ospedali in casi d'emergenza). Lo percepisco lievemente incerto, soprattutto quando mi chiede coma funziona il nostro sistema sanitario e previdenziale, sfoglia un po' qua e un po' là e poi non vede niente di sbagliato nell'iscrivermi alla Knappschaft Krankenkasse. Modulo in quattro e quattr'otto compilato, stretta di mano e missione compiuta. Dopo qualche giorno, ricevo per posta una tessera che mi permette di ricevere assistenza sanitaria durante il periodo lavorativo (tre mesi). Così come da noi, una parte dei costi della Krankenkasse verranno pagati dal datore di lavoro, una parte dal dipendente. Ciò non accade invece nel caso dei famosi Minijobs (sorta di impieghi part-time pagati non più di 400 euro al mese: le spese sono unicamente a carico del lavoratore). In più ricevo sempre per posta il mio Versicherungsnummer, il mio codice di riferimento per i contributi pensionistici che verserò in Germania. Dalla mia busta paga verranno quindi detratti il KV-Beitrag (contributo assistenza sanitaria) il RV-Beitrag (contributi pensionistici), oltre ad altre decurtazioni che variano a seconda del rapporto di lavoro.
  7. Ulteriori informazioni: noi cittadini EU non abbiamo bisogno di permesso di soggiorno in Germania. Quindi nessun "Arbeitserlaubnis / Aufenthaltsgehnemigung” (non sono parolacce!)
Ho tutto: anmeldung, conto in banca, codice fiscale, assicurazione e tessera sanitaria, numero di previdenza sociale. E ora, grazie a questi documenti, riceverò il mio regolare stipendio. Più avanti intendo postare un articolo sulla prassi necessaria per “abmeldarsi” da questi servizi e su come procedere per i contributi pensionistici e la dichiarazione dei redditi, tutte cose che intendo scoprire al più presto, quindi... stay tuned!

lunedì 16 aprile 2012

Aprire un conto in banca: differenza dei tempi di attesa in Italia e in Germania


Prima di partire per la Germania, mi decido finalmente a chiudere il mio esoso conto presso Banca Intesa (a causa del canone mensile a dir poco vampiresco) e inizio le operazioni per aprire un conto online presso Mps, dai costi più contenuti (circa 30 euro annuali). Avvio la procedura su internet all'inizio di dicembre 2011. Scorre un certo lasso di tempo, durante il quale ricevo varie mail di notifica e lettere contenenti contratto, chiavetta, codici e carta bancomat (purtroppo con intervalli di diversi giorni tra una lettera e l'altra). Prima di ricevere definitivamente la carta aspetto a lungo, brancolo nel buio  e sono costretto a chiamare la filiale della mia città e il numero verde di Mps; mi si comunica di aspettare con pazienza la missiva contenente la carta. Tempo totale di attesa: 2 mesi. Una volta ricevuta, devo poi recarmi presso la banca più vicina per attivare la carta, e ne approfitto per richiedere il libretto degli assegni (mi spetterebbe di diritto, così almeno reclamizza il sito che promuove il conto on line). L'impiegato allo sportello non mi rilascia l'agognato libretto: devo parlarne prima con il direttore, tornando la prossima settimana (possibilmente presentandomi bello rasato, profumato e con un bel completo gessato per garantire la mia attendibilità come cliente – consumatore di prodotti bancari).
Vediamo ora cosa succede in Germania. Poiché ricevo un regolare stipendio mensile, mi si consiglia di aprire un conto in banca. Tra le varie opzioni possibili, scelgo la più ovvia: la Sparkasse più vicina. Si tratta dell'istituto di credito più diffuso in Germania, con filiali presenti pressochè ovunque. Una bella signora mi viene incontro e le illustro la mia situazione (non tedesco, domiciliato in Germania, voglio aprire un conto per un periodo limitato). Mi propone un “Girokonto” (conto corrente) dal costo di 3 euro mensili e accetto.  Mi pone informalmente alcune domande circa  la mia professione e il mio datore di lavoro (ben conosciuto in città per il diffuso impegno nel sociale), quindi mi rilascia un documento con il numero del conto corrente e mi informa che a breve riceverò la carta. Tutto ciò si verifica il 29 marzo 2012. Il 12 aprile ricevo la carta (qualche giorno prima avevo ricevuto il PIN in una lettera separata). Tempi di attesa = 14 giorni. A difesa delle lungaggini nostrane, si potrebbe dire che la mia richiesta è avvenuta a cavallo delle vacanze natalizie (anche se ho iniziato la procedura la seconda settimana di dicembre, non la vigilia di natale!) e che forse aprire un conto online richiede tempi più lunghi; però è anche giusto ricordare che ho inoltrato la richiesta del conto tedesco la settimana precedente la Pasqua!
Lascio comunque a voi il giudizio finale.  

lunedì 9 aprile 2012

Analisi del comportamento dell'italiano alla guida: le strisce pedonali


Che sollievo, che tranquillità, che leggerezza! Sono da due settimane in Germania e non possedendo una macchina cammino molto e utilizzo i mezzi pubblici, cari ma comodi e puntuali.
Ciò che mi procura più piacere è però la possibilità di attraversare la strada senza il terrore di essere investito da automobilisti maleducati. Basta solo avvicinarsi al margine del marciapiede e la macchina, che poche decine di metri prima sfrecciava verso la sua destinazione, come d'incanto si ferma, permettendo al pedone di attraversare sulle strisce, come qualsiasi codice della strada prevede. A casa, in Italia, è invece sempre una sorpresa: arriverò vivo dall'altra parte della strada, attraversando sulle strisce pedonali? Se prendo io l'iniziativa e mi “lancio”, provocherò le ire dello Schumi di turno, che mi affibbierà i più fantasiosi appellativi relativi alle mie origini e alla mia famiglia? Una volta attraversata la strada, dovrò ringraziare il magnanimo automobilista con un cenno della testa, per la sua cortesia?
Osservando il comportamento degli italiani al volante si capiscono molte cose, soprattutto sul concetto di responsabilità, che nel nostro paese viene interpretato in una maniera tutta personale. Spiegherò meglio ciò che intendo dire con un esempio. Sono in Italia, mi avvicino al limite dal marciapiede, in prossimità delle strisce, e aspetto che qualche macchina si fermi per farmi attraversare la strada. Non accade mai, veramente mai, che questo si verifichi al primo tentativo. Occorre aspettare almeno la quinta macchina. A volte bisogna munirsi di pazienza e attraversare solo quando nessuna vettura occupa le carreggiate. Durante l'attesa, mentre le macchine mi passano davanti, cerco di incontrare lo sguardo del conducente. E qui si intuiscono alcuni aspetti interessanti. Anche se l'auto procede ad una bassa velocità e una lieve frenata permetterebbe l'attraversamento da parte del pedone, il conducente non si ferma, e risponde al mio sguardo con un'espressione tra l'imbarazzato e l'infastidito. Attenzione, verificatelo anche voi: molti, quasi tutti, durante questo passaggio, danno un'occhiata allo specchietto retrovisore, come per comunicare: “caro amico, sto controllando se dietro la mia ci sono altre macchine; se non ce ne sono, è inutile che mi fermi io, avrai tutta la strada libera dopo di me; se invece ci sono altre auto, beh, qualcuno si fermerà e ti farà passare. Buona fortuna!”. Ovviamente questa è una mia interpretazione, ma potete credermi quando vi dico che ho una discreta esperienza in materia, essendo un jogger, aspirante mezzo-maratoneta e grande camminatore, nonché autore di una tesi in psicologia sociale. Cosa si può concludere osservando questo atteggiamento? Si capisce cosa è la responsabilità per gli italiani, o meglio, cosa non è: “non è una cosa che mi riguarda”; “ci penserà qualcun'altro al posto mio”; “non spetta a me risolvere il problema”, e così via.
Applichiamo lo stesso concetto al pagamento delle tasse, al rispetto per l'ambiente e al riconoscimento del merito, e si capirà come il concetto di “responsabilità” soccomba continuamente allo sfrenato individualismo italiano. Una bella società ispirata ai sacri valori del Nostro Capitan Schettino (mi assumo tutta la responsabilità della crudezza di questo giudizio!)
In inglese la parola “responsability” si ricollega all'aggettivo “responsive”, che significa “che reagisce bene”, ma anche “affettuoso e sensibile”. Insomma, essere responsabile significa in primo luogo essere capace di  “rispondere”. A che cosa? Alle esigenze degli altri, ai loro bisogni e alle loro richieste. Anche a quelle apparentemente più insignificanti, come attraversare la strada senza dovere attendere 5 minuti prima che qualcuno si fermi prima delle strisce pedonali.
PS: altri due aspetti inerenti alla “fenomenologia” dell'automobilista italiano. Ho notato che i giorni in cui vesto elegante (non molti, in verità), con cappotto scuro, camicia e pantaloni, molte macchine si fermano e mi fanno prontamente passare. E una donna in minigonna ha più possibilità di una signora anziana o di una madre con un passeggino di attraversare senza lunga attesa. Il Belpaese ha rispetto per il Bello. Che esteti che siamo, anche al volante!

Il sistema educativo tedesco: la scuola elementare, o “Grundschule”


Nella sezione “Wochenende” del quotidiano bavarese “Sueddeutsche Zeitung” del 31 marzo 2012 leggo un interessante articolo di Gerhard Matzig dal curioso titolo di “2,33”. Curioso perchè l'oggetto del pezzo è il sistema educativo tedesco, e più precisamente il cosiddetto “Uebertritt”, ossia il passaggio dalla quarta classe elementare verso il grado di istruzione successivo. La scuola elementare tedesca, o “Grundschule”, a differenza di quella italiana, prevede 4 classi, dai 6 ai 10 anni; a conclusione del quarto anno gli scolari ricevono un voto che caratterizzerà il loro successivo percorso educativo. Il voto si calcola sommando i voti delle tre materie principali e dividendo il risultato per tre, insomma, una media. Occhio: i voti numerici in Germania si utilizzano già dalla scuole elementare, e funzionano “al contrario” rispetto al nostro sistema. Il massimo al quale si può aspirare è infatti l'uno; due significa “buono”, tre sufficiente, quattro asinello, cinque e sei bocciato. Questo è un punto di partenza per comprendere meglio il titolo dell'articolo: chi riceve un voto da 1 a 2,33 può aspirare a continuare a pieno titolo gli studi nel prestigioso “Gymnasius”, una sorta di liceo che offre l'accesso all'università. Chi intende intraprendere questa strada, ma non viene “benedetto” col voto necessario, vi può comunque accedere tramite un test di ingresso. Per chi non appartiene alla categoria degli “eletti” esistono altre possibilità: la Realschule (una specie di ginnasio di serie B) e la Hauptschule, istituto riservato a chi racimola un voto inferiore al 3. É opportuno tenere a mente che in Germania non esiste un equivalente della nostra scuola media, per cui le opzioni citate precedentemente costituiscono il diretto proseguimento della scuola elementare e durano fino ai 17 – 18 anni. Da qui si possono trarre due considerazioni: il sistema educativo tedesco, confrontato con quello italiano, risulta essere più precocemente selettivo, e spesso non prevede facili scorciatoie: per recuperare il terreno perduto, e iscriversi all'università, uno studente della Hauptschule dovrà frequentare dei corsi integrativi. La seconda conclusione è che la priorità del sistema tedesco è la definizione precoce del profilo degli studenti, sin dal decimo anno di vita, per poi garantire una più adeguata acquisizione di competenze e abilità a seconda delle capacità e dalle doti personali di ogni discente. In altre parole: già da bambini si viene inseriti in un percorso educativo ben preciso, che poi porterà a differenti carriere lavorative. Forse è meglio usare la parola “binario” invece che “percorso”, considerato che la direzione è ben definita e difficilmente modificabile. Questo porta molti osservatori a definire il sistema educativo tedesco come “classista” o eccessivamente “selettivo”.
Confrontato con il sistema tedesco, quello italiano presenta un priorità differente: la socializzazione e l'integrazione. Per noi la conoscenza è importante, ma c'è un principio ancora più essenziale: imparare a “stare insieme” e offrire ad ogni studente la libertà di scegliere con calma il proprio percorso, garantendo anche l'ingresso “dalla porta di servizio” e la possibilità di recuperare. Esempio: da noi è possibile frequentare un istituto tecnico per poi iscriversi in Lettere e Filosofia; oppure è possibile iscriversi al liceo anche se i risultati durante la scuola media e le elementari non sono stati particolarmente brillanti. E in passato, quando i test d'ingresso alle università non erano stati ancora introdotti, il principio della libertà di accesso era ancora più garantita. Purtroppo, solo in teoria. In pratica nel Belpaese questo principio cozza con le risorse messe a disposizione dallo stato. É bello sottolineare nella carta principi quali integrazione e socializzazione, risulta invece ipocrita non accompagnare questi ideali con fatti concreti. E allora assistiamo alle seguenti situazioni tipiche della nostrana quotidianità: insegnanti elementari a fine carriera che gestiscono classi-pollaio, sdoppiandosi nel ruolo di maestre e assistenti per bambini con disabilità fisica e mentale (perchè mancano gli insegnanti di sostegno), prigionieri di scuole fatiscenti e senza un adeguato budget per acquistare il materiale didattico; studenti di 18 anni che alla fine del loro percorso obbligatorio non hanno mai ricevuto un reale orientamento sul loro futuro universitario o lavorativo; studenti universitari costretti a pagare esose tasse per poi usufruire di servizi scadenti e condividere classi sovraffollate. E questi sono solo alcuni esempi.
Il sistema tedesco può apparire ai più selettivo, come sopra spiegato. Presenta però due tratti distintivi che noi preferiamo ignorare: la coerenza e l'armonia tra parole e fatti. Non so se tutte le scuole elementari tedesche sono come quella dove lavoro io, ma qui non manca niente, e lavorare è un vero piacere, perchè si possono raggiungere risultati concreti. Possiamo dire lo stesso delle scuole italiane?