lunedì 30 aprile 2012

Prima busta paga

Oggi ho ricevuto la prima busta paga da quando sono in Germania. Posso dichiararmi soddisfatto, poichè non è così leggera come quelle italiane (a parità di ore settimanali). Finora infatti non mi era mai capitato di lavorare part-time e percepire uno stipendio mensile a 4 cifre! Un'altro aspetto piacevole della busta puga tedesca è la semplicità di lettura, poche voci ma chiare e comprensibili, malgrado la lingua e la tipica abitudine tedesca di abbreviare qualsiasi espressione abbreviabile ( non dimentichiamoci che la lingua teutonica detiene il record per le parole più lunghe al mondo, la più lunga conta 80 lettere!). Ho potuto inoltre notare che non pago nessuna "tassa di solidarietà" (detrazione per i costi di riunificazione della DDR alla Repubblica Federale), forse perchè ho un contratto a tempo determinato. In compenso pago una "Kirchensteuer" (Tassa "confessionale") di 6 euro e 99 centesimi. Ora et labora!

sabato 28 aprile 2012

Passi burocratici per lavorare in Germania



               *** Attenzione ***
Questa è una versione dell'articolo aggiornata al maggio 2013. La versione originale presentava infatti alcune inesattezze, delle quali mi sono accorto dopo aver ricevuto alcune domande dai lettori, che ringrazio per il loro interesse all'argomento. Danke!


Sebbene il tema venga già trattato in diversi forum presenti sulla rete, anche io voglio offrire agli internauti il mio contributo su una questione piuttosto rilevante per chi si reca in Germania per lavoro: la documentazione necessaria per essere regolarmente assunti e per poter lavorare nella Bundesrepublik. Credo che questo post possa essere interessante perchè, da quello che ho potuto notare dopo una rapida ricerca, non si trovano molti casi simili al mio. Le informazioni che mi accingo a illustrarvi qui di seguito potranno quindi integrare la discussione in merito.  
Iniziamo con la mia situazione professionale: sono assunto per un periodo di tre mesi presso una organizzazione no profit tedesca. Il rapporto lavorativo si interromperà allo scadere del terzo mese di lavoro, senza estensione. Ecco i passi necessari per mettermi in regola:
  1. Chiamiamolo “punto numero zero” perchè si tratta del prerequisito per ottenere il lavoro: invio il mio CV, segue un Telephongespraech (contatto telefonico con il datore di lavoro), offerta di lavoro, accettazione da parte mia, partenza, arrivo, primo contatto, firma del contratto. Assunto!
  2. Anmeldung: mi reco al BürgerService più vicino (sorta di circoscrizione) e mi “anmeldo” (bello questo slang italiesco ormai diffuso tra gli italiani in Germania!) ossia rendo noto il mio nuovo domicilio. Attenzione: poiché non intendo al momento rimanere nel suolo tedesco per un periodo più lungo di quello lavorativo, evito di recarmi all'A.I.R.E. (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero) per chiedere il cambio della residenza. La mia residenza rimane in Italia, il mio domicilio è ora però in Germania. All'ufficio porto con me una dichiarazione che attesta che ho preso in affitto un appartamento, firmata dal proprietario (nel mio caso si tratta della stessa organizzazione per cui lavoro). Ecco fatto: mi rilasciano un “Bestätigung”(conferma) che mi servirà per i passi successivi. Prima di tornare in Italia dovrò “abmeldarmi”, ossia dichiarare che lascerò il mio domicilio tedesco. 1b) Sempre nello stesso ufficio ne approfitto per chiedere il cosiddetto “Erweitertes Führungszeugnis” (in Italia dovrebbe chiamarsi Casellario Giudiziario, ma non ci metto la mano sul fuoco). Poiché lavorerò con minori, si vuole essere sicuri di non assumere “Jack lo Squartatore”, ma una persona senza precedenti penali, ed è quello che il certificato deve dimostrare. Pago 13 euro e inoltro la richiesta. Dopo qualche giorno ricevo il certificato per posta e ne faccio una copia per il mio datore di lavoro.
  3. Last but not least, al BürgerService mi forniscono anche il Steueridintetifikationsmerkmal (VBM) composto da 20 cifre. VBM sta per  vorläufige Bearbeitungsmerkmal, che indica che si tratta di un codice fiscale "temporaneo".  
  4. A pochi passi dall'ufficio si trova una Sparkasse, mi ci fiondo per aprire il mio Konto, sul quale verrà accreditato il mio stipendio. La prassi è semplice, date un'occhiata al relativo post.
  5. Steueridentifikationsnummer:  il mio datore di lavoro, persona estremamente gentile e disponibile, mi accompagna fortunatamente in tutto il percorso burocratico e in un'ora scarsa riusciamo a sbrigare tutta la faccenda. Senza di lui ammetto che non sarei stato così celere! Prima di tutto, ci dirigiamo insieme al Finanzamt per richiedere il codice fiscale (ricordo che il BürgerService ne rilascia uno, ma è temporaneo!). Presento l'Anmeldung e il codice ricevuto presso il BürgerService, compilo un modulo e il gioco è fatto. Curiosità: mi si chiede a che religione appartengo (dichiaro “cattolico”, anche se non sono praticante). Dopo essersi assicurati circa il mio status (single e senza figli), mi si attribuisce un codice di appartenenza alla categoria fiscale (rientro nella fascia “1"). 
  6. Assicurazione sanitaria e previdenza sociale: da quello che ho letto online, in Germania, così come in quasi tutti i paesi,  l'iscrizione ad una Krankenkasse (assicurazione sanitaria) risulta obbligatoria. Il mio datore di lavoro mi accompagna presso la  Knappschaft (una Krankenkasse il cui ufficio è presente in città), dove un simpatico impiegato sbriga la nostra pratica. Gli spieghiamo le nostre esigenze (gli mostro anche la mia tessera sanitaria regionale, specificando che sono consapevole che si tratta di un documento che mi permette solo di usufruire di assistenza sanitaria presso gli ospedali in casi d'emergenza). Lo percepisco lievemente incerto, soprattutto quando mi chiede coma funziona il nostro sistema sanitario e previdenziale, sfoglia un po' qua e un po' là e poi non vede niente di sbagliato nell'iscrivermi alla Knappschaft Krankenkasse. Modulo in quattro e quattr'otto compilato, stretta di mano e missione compiuta. Dopo qualche giorno, ricevo per posta una tessera che mi permette di ricevere assistenza sanitaria durante il periodo lavorativo (tre mesi). Così come da noi, una parte dei costi della Krankenkasse verranno pagati dal datore di lavoro, una parte dal dipendente. Ciò non accade invece nel caso dei famosi Minijobs (sorta di impieghi part-time pagati non più di 400 euro al mese: le spese sono unicamente a carico del lavoratore). In più ricevo sempre per posta il mio Versicherungsnummer, il mio codice di riferimento per i contributi pensionistici che verserò in Germania. Dalla mia busta paga verranno quindi detratti il KV-Beitrag (contributo assistenza sanitaria) il RV-Beitrag (contributi pensionistici), oltre ad altre decurtazioni che variano a seconda del rapporto di lavoro.
  7. Ulteriori informazioni: noi cittadini EU non abbiamo bisogno di permesso di soggiorno in Germania. Quindi nessun "Arbeitserlaubnis / Aufenthaltsgehnemigung” (non sono parolacce!)
Ho tutto: anmeldung, conto in banca, codice fiscale, assicurazione e tessera sanitaria, numero di previdenza sociale. E ora, grazie a questi documenti, riceverò il mio regolare stipendio. Più avanti intendo postare un articolo sulla prassi necessaria per “abmeldarsi” da questi servizi e su come procedere per i contributi pensionistici e la dichiarazione dei redditi, tutte cose che intendo scoprire al più presto, quindi... stay tuned!

lunedì 16 aprile 2012

Aprire un conto in banca: differenza dei tempi di attesa in Italia e in Germania


Prima di partire per la Germania, mi decido finalmente a chiudere il mio esoso conto presso Banca Intesa (a causa del canone mensile a dir poco vampiresco) e inizio le operazioni per aprire un conto online presso Mps, dai costi più contenuti (circa 30 euro annuali). Avvio la procedura su internet all'inizio di dicembre 2011. Scorre un certo lasso di tempo, durante il quale ricevo varie mail di notifica e lettere contenenti contratto, chiavetta, codici e carta bancomat (purtroppo con intervalli di diversi giorni tra una lettera e l'altra). Prima di ricevere definitivamente la carta aspetto a lungo, brancolo nel buio  e sono costretto a chiamare la filiale della mia città e il numero verde di Mps; mi si comunica di aspettare con pazienza la missiva contenente la carta. Tempo totale di attesa: 2 mesi. Una volta ricevuta, devo poi recarmi presso la banca più vicina per attivare la carta, e ne approfitto per richiedere il libretto degli assegni (mi spetterebbe di diritto, così almeno reclamizza il sito che promuove il conto on line). L'impiegato allo sportello non mi rilascia l'agognato libretto: devo parlarne prima con il direttore, tornando la prossima settimana (possibilmente presentandomi bello rasato, profumato e con un bel completo gessato per garantire la mia attendibilità come cliente – consumatore di prodotti bancari).
Vediamo ora cosa succede in Germania. Poiché ricevo un regolare stipendio mensile, mi si consiglia di aprire un conto in banca. Tra le varie opzioni possibili, scelgo la più ovvia: la Sparkasse più vicina. Si tratta dell'istituto di credito più diffuso in Germania, con filiali presenti pressochè ovunque. Una bella signora mi viene incontro e le illustro la mia situazione (non tedesco, domiciliato in Germania, voglio aprire un conto per un periodo limitato). Mi propone un “Girokonto” (conto corrente) dal costo di 3 euro mensili e accetto.  Mi pone informalmente alcune domande circa  la mia professione e il mio datore di lavoro (ben conosciuto in città per il diffuso impegno nel sociale), quindi mi rilascia un documento con il numero del conto corrente e mi informa che a breve riceverò la carta. Tutto ciò si verifica il 29 marzo 2012. Il 12 aprile ricevo la carta (qualche giorno prima avevo ricevuto il PIN in una lettera separata). Tempi di attesa = 14 giorni. A difesa delle lungaggini nostrane, si potrebbe dire che la mia richiesta è avvenuta a cavallo delle vacanze natalizie (anche se ho iniziato la procedura la seconda settimana di dicembre, non la vigilia di natale!) e che forse aprire un conto online richiede tempi più lunghi; però è anche giusto ricordare che ho inoltrato la richiesta del conto tedesco la settimana precedente la Pasqua!
Lascio comunque a voi il giudizio finale.  

lunedì 9 aprile 2012

Analisi del comportamento dell'italiano alla guida: le strisce pedonali


Che sollievo, che tranquillità, che leggerezza! Sono da due settimane in Germania e non possedendo una macchina cammino molto e utilizzo i mezzi pubblici, cari ma comodi e puntuali.
Ciò che mi procura più piacere è però la possibilità di attraversare la strada senza il terrore di essere investito da automobilisti maleducati. Basta solo avvicinarsi al margine del marciapiede e la macchina, che poche decine di metri prima sfrecciava verso la sua destinazione, come d'incanto si ferma, permettendo al pedone di attraversare sulle strisce, come qualsiasi codice della strada prevede. A casa, in Italia, è invece sempre una sorpresa: arriverò vivo dall'altra parte della strada, attraversando sulle strisce pedonali? Se prendo io l'iniziativa e mi “lancio”, provocherò le ire dello Schumi di turno, che mi affibbierà i più fantasiosi appellativi relativi alle mie origini e alla mia famiglia? Una volta attraversata la strada, dovrò ringraziare il magnanimo automobilista con un cenno della testa, per la sua cortesia?
Osservando il comportamento degli italiani al volante si capiscono molte cose, soprattutto sul concetto di responsabilità, che nel nostro paese viene interpretato in una maniera tutta personale. Spiegherò meglio ciò che intendo dire con un esempio. Sono in Italia, mi avvicino al limite dal marciapiede, in prossimità delle strisce, e aspetto che qualche macchina si fermi per farmi attraversare la strada. Non accade mai, veramente mai, che questo si verifichi al primo tentativo. Occorre aspettare almeno la quinta macchina. A volte bisogna munirsi di pazienza e attraversare solo quando nessuna vettura occupa le carreggiate. Durante l'attesa, mentre le macchine mi passano davanti, cerco di incontrare lo sguardo del conducente. E qui si intuiscono alcuni aspetti interessanti. Anche se l'auto procede ad una bassa velocità e una lieve frenata permetterebbe l'attraversamento da parte del pedone, il conducente non si ferma, e risponde al mio sguardo con un'espressione tra l'imbarazzato e l'infastidito. Attenzione, verificatelo anche voi: molti, quasi tutti, durante questo passaggio, danno un'occhiata allo specchietto retrovisore, come per comunicare: “caro amico, sto controllando se dietro la mia ci sono altre macchine; se non ce ne sono, è inutile che mi fermi io, avrai tutta la strada libera dopo di me; se invece ci sono altre auto, beh, qualcuno si fermerà e ti farà passare. Buona fortuna!”. Ovviamente questa è una mia interpretazione, ma potete credermi quando vi dico che ho una discreta esperienza in materia, essendo un jogger, aspirante mezzo-maratoneta e grande camminatore, nonché autore di una tesi in psicologia sociale. Cosa si può concludere osservando questo atteggiamento? Si capisce cosa è la responsabilità per gli italiani, o meglio, cosa non è: “non è una cosa che mi riguarda”; “ci penserà qualcun'altro al posto mio”; “non spetta a me risolvere il problema”, e così via.
Applichiamo lo stesso concetto al pagamento delle tasse, al rispetto per l'ambiente e al riconoscimento del merito, e si capirà come il concetto di “responsabilità” soccomba continuamente allo sfrenato individualismo italiano. Una bella società ispirata ai sacri valori del Nostro Capitan Schettino (mi assumo tutta la responsabilità della crudezza di questo giudizio!)
In inglese la parola “responsability” si ricollega all'aggettivo “responsive”, che significa “che reagisce bene”, ma anche “affettuoso e sensibile”. Insomma, essere responsabile significa in primo luogo essere capace di  “rispondere”. A che cosa? Alle esigenze degli altri, ai loro bisogni e alle loro richieste. Anche a quelle apparentemente più insignificanti, come attraversare la strada senza dovere attendere 5 minuti prima che qualcuno si fermi prima delle strisce pedonali.
PS: altri due aspetti inerenti alla “fenomenologia” dell'automobilista italiano. Ho notato che i giorni in cui vesto elegante (non molti, in verità), con cappotto scuro, camicia e pantaloni, molte macchine si fermano e mi fanno prontamente passare. E una donna in minigonna ha più possibilità di una signora anziana o di una madre con un passeggino di attraversare senza lunga attesa. Il Belpaese ha rispetto per il Bello. Che esteti che siamo, anche al volante!

Il sistema educativo tedesco: la scuola elementare, o “Grundschule”


Nella sezione “Wochenende” del quotidiano bavarese “Sueddeutsche Zeitung” del 31 marzo 2012 leggo un interessante articolo di Gerhard Matzig dal curioso titolo di “2,33”. Curioso perchè l'oggetto del pezzo è il sistema educativo tedesco, e più precisamente il cosiddetto “Uebertritt”, ossia il passaggio dalla quarta classe elementare verso il grado di istruzione successivo. La scuola elementare tedesca, o “Grundschule”, a differenza di quella italiana, prevede 4 classi, dai 6 ai 10 anni; a conclusione del quarto anno gli scolari ricevono un voto che caratterizzerà il loro successivo percorso educativo. Il voto si calcola sommando i voti delle tre materie principali e dividendo il risultato per tre, insomma, una media. Occhio: i voti numerici in Germania si utilizzano già dalla scuole elementare, e funzionano “al contrario” rispetto al nostro sistema. Il massimo al quale si può aspirare è infatti l'uno; due significa “buono”, tre sufficiente, quattro asinello, cinque e sei bocciato. Questo è un punto di partenza per comprendere meglio il titolo dell'articolo: chi riceve un voto da 1 a 2,33 può aspirare a continuare a pieno titolo gli studi nel prestigioso “Gymnasius”, una sorta di liceo che offre l'accesso all'università. Chi intende intraprendere questa strada, ma non viene “benedetto” col voto necessario, vi può comunque accedere tramite un test di ingresso. Per chi non appartiene alla categoria degli “eletti” esistono altre possibilità: la Realschule (una specie di ginnasio di serie B) e la Hauptschule, istituto riservato a chi racimola un voto inferiore al 3. É opportuno tenere a mente che in Germania non esiste un equivalente della nostra scuola media, per cui le opzioni citate precedentemente costituiscono il diretto proseguimento della scuola elementare e durano fino ai 17 – 18 anni. Da qui si possono trarre due considerazioni: il sistema educativo tedesco, confrontato con quello italiano, risulta essere più precocemente selettivo, e spesso non prevede facili scorciatoie: per recuperare il terreno perduto, e iscriversi all'università, uno studente della Hauptschule dovrà frequentare dei corsi integrativi. La seconda conclusione è che la priorità del sistema tedesco è la definizione precoce del profilo degli studenti, sin dal decimo anno di vita, per poi garantire una più adeguata acquisizione di competenze e abilità a seconda delle capacità e dalle doti personali di ogni discente. In altre parole: già da bambini si viene inseriti in un percorso educativo ben preciso, che poi porterà a differenti carriere lavorative. Forse è meglio usare la parola “binario” invece che “percorso”, considerato che la direzione è ben definita e difficilmente modificabile. Questo porta molti osservatori a definire il sistema educativo tedesco come “classista” o eccessivamente “selettivo”.
Confrontato con il sistema tedesco, quello italiano presenta un priorità differente: la socializzazione e l'integrazione. Per noi la conoscenza è importante, ma c'è un principio ancora più essenziale: imparare a “stare insieme” e offrire ad ogni studente la libertà di scegliere con calma il proprio percorso, garantendo anche l'ingresso “dalla porta di servizio” e la possibilità di recuperare. Esempio: da noi è possibile frequentare un istituto tecnico per poi iscriversi in Lettere e Filosofia; oppure è possibile iscriversi al liceo anche se i risultati durante la scuola media e le elementari non sono stati particolarmente brillanti. E in passato, quando i test d'ingresso alle università non erano stati ancora introdotti, il principio della libertà di accesso era ancora più garantita. Purtroppo, solo in teoria. In pratica nel Belpaese questo principio cozza con le risorse messe a disposizione dallo stato. É bello sottolineare nella carta principi quali integrazione e socializzazione, risulta invece ipocrita non accompagnare questi ideali con fatti concreti. E allora assistiamo alle seguenti situazioni tipiche della nostrana quotidianità: insegnanti elementari a fine carriera che gestiscono classi-pollaio, sdoppiandosi nel ruolo di maestre e assistenti per bambini con disabilità fisica e mentale (perchè mancano gli insegnanti di sostegno), prigionieri di scuole fatiscenti e senza un adeguato budget per acquistare il materiale didattico; studenti di 18 anni che alla fine del loro percorso obbligatorio non hanno mai ricevuto un reale orientamento sul loro futuro universitario o lavorativo; studenti universitari costretti a pagare esose tasse per poi usufruire di servizi scadenti e condividere classi sovraffollate. E questi sono solo alcuni esempi.
Il sistema tedesco può apparire ai più selettivo, come sopra spiegato. Presenta però due tratti distintivi che noi preferiamo ignorare: la coerenza e l'armonia tra parole e fatti. Non so se tutte le scuole elementari tedesche sono come quella dove lavoro io, ma qui non manca niente, e lavorare è un vero piacere, perchè si possono raggiungere risultati concreti. Possiamo dire lo stesso delle scuole italiane?

Informazione di servizio: Signora Extra Item Seat (e alcuni consigli sugli aeroporti low-cost)


La mitica Landola J80: ora anche compagna di viaggio!
Siete dei chitarristi amatoriali come me e separarvi dalla vostra chitarra significa patire atroci sofferenze fisiche e spirituali? In questo caso, c'è solo una cosa da fare: portare lo strumento con voi. Ma come procedere? É meglio dichiararlo come bagaglio o portarlo a bordo? Qual è la soluzione più conveniente? Con questo post cercherò di rispondere a tali impellenti quesiti, basandomi sulla mia personale esperienza. Vi illustro la mia situazione: sono l'orgoglioso possessore di una Landola J80, una chitarra acustica finlandese di un certo valore, sia economico che affettivo. Per il suo trasporto acquisto un'apposita custodia rigida della Epiphone, le cui misure sono 122 cm di lunghezza e 45 di larghezza. Per recarmi in Germania acquisto quindi via internet un biglietto Ryanair, destinazione Duesseldorf Weeze (addizionale informazione di servizio - solito trucco della compagnia irlandese: questo aeroporto dista parecchi km da Duesseldorf, praticamente risulta al confine con i Paesi Bassi! Ricordo la prima volta che vi sono atterrato: è notte, circa le 23:00, con estrema urgenza mi dirigo verso la zona taxi e dispongo “nach Duesseldof, bitte!”; un simpatico tassista turco mi squadra con un sorriso beffardo, intuendo la mia ignoranza, e risponde: “Junge, Duessoldorf è a più di 100 km da qui...te lo puoi permettere?”. Ovviamente no. Conclusione: una bella nottata trascorsa nella sala d'attesa nel ridente aeroporto di Weeze). Ma torniamo al nostro argomento: la chitarra e come imbarcarla. Leggo in alcuni forum che la compagnia irlandese permette di portare a bordo anche bagagli che superino le dimensioni accordate (uno zaino o un piccolo trolley), a patto che tale bagaglio venga dichiarato come...passeggero! Per suffragare tale teoria, chiamo direttamente la biglietteria Raynair del mio aeroporto di partenza e mi si propongono due soluzioni: la prima è imbarcare la chitarra nella stiva, pagando 50 euro; la seconda opzione prevede appunto la possibilità di portare la chitarra a bordo, acquistando un biglietto come se lo strumento fosse un passeggero. Se la prenotazione viene effettuata online, occorre specificare nello spazio del nome del passeggero “ITEM” (in inglese: oggetto, articolo), e nello spazio riservato al cognome “EXTRA SEAT” (posto extra). Et voilà, il gioco è fatto. Curiosamente, vi verrà chiesto di inserire anche un titolo per il vostro strumento (signora, signore o dottore). Per la mia Landola la scelta è obbligata: signora! Per concludere l'operazione, occorre inserire gli ulteriori dati necessari (data di nascita, numero di documento, ecc., ovviamente tutti relativi a voi, non alla chitarra!). Stampate il biglietto e presentatelo al check in. Una volta a bordo, sistemo la chitarra nel sedile al mio fianco, e per fissarla al meglio le hostess mi forniscono una prolunga per le cinture di sicurezza. Essendo i biglietti molto economici, ho preferito scegliere questa opzione (e anche perchè non oso pensare in quali condizioni avrei trovato lo strumento e la custodia, se l'avessi imbarcate in stiva!). Ora la fedele Landola è qui vicino a me, e non vedo l'ora di suonarla per le strade e i parchi delle città tedesche, non appena il gelo primaverile farà spazio al tiepido sole estivo!